Crocus

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Zafferano
Crocus vernalis.jpg
Crocus vernus (Zafferano maggiore)
Classificazione Cronquist
Dominio Eukaryota
Regno Plantae
Superdivisione Spermatophyta
Divisione Magnoliophyta
Classe Liliopsida
Sottoclasse Liliidae
Ordine Liliales
Famiglia Iridaceae
Genere Crocus
L., 1753
Classificazione APG
Regno Plantae
(clade) Monocotiledoni
Ordine Asparagales
Famiglia Iridaceae
Specie
(Vedi: Specie di Crocus )

Crocus L. 1753 è un genere di piante spermatofite monocotiledoni appartenenti alla famiglia delle Iridaceae. Sono piante erbacee perenni dal fiore a forma di coppa.

Sistematica[modifica | modifica sorgente]

La famiglia delle Iridaceae comprende un gruppo abbastanza omogeneo di piante con un'ottantina di generi e circa 1000-1500 specie (il numero dipende dalle varie classificazioni), mentre il genere Crocus comprende circa 80 specie di cui una trentina sono coltivate e 15 sono presenti nella flora spontanea italiana.
Questo fiore è mortale se ingerito, e provoca forte mal di testa se annusato.

Qui di seguito è indicata la classificazione scientifica di questo genere[1]:

Variabilità e Ibridi[modifica | modifica sorgente]

Il genere Crocus presenta una estrema variabilità citologica (morfologia e struttura interna delle cellule) a causa dell'alto numero di cromosomi (poliploidia). Studi recenti hanno dimostrato che i numeri cromosomici di questo genere variano da 2n = 6 fino a 2n = 30. Questo comporta un alto grado di segregazione di specie locali (gruppi di individui isolati geograficamente possono evolvere rapidamente in forme più o meno diverse) determinando, di consenquenza, molti problemi di sistematizzazione e classificazione.

Al 2010, non si è ancora giunti ad una sistematica soddisfacente di questo genere. Alcuni autori hanno proposto una classificazione in chiave analitica basata sul periodo di fioritura: primaverile e autunnale. Tuttavia, questo criterio può dar luogo ad equivoci in quanto alcune specie fioriscono con continuità da settembre ad aprile; altre, specialmente quelle autunnali, emettono le foglie in tempi anche molto diversi (Crocus speciosum, ad esempio, fiorisce in autunno, ma le foglie nascono in primavera). Un altro criterio di discriminazione potrebbe essere il colore del perigonio che generalmente se non è giallo, è blu (e viceversa), ma anche questo carattere non è esente da variabilità a volte notevoli. Esclusi questi problemi, il criterio più usato per raggruppare (o dividere) le specie di Crocus segue nell'ordine le seguenti direttive:

- assente
- presente
  • (2) tipo della tunica del bulbo:
- reticolata
- anulata
- a fibre parallele
- a fibre a spina di pesce
  • (3) periodo della fioritura:
- primaverile
- autunnale
- a tonalità prevalente gialla
- a tonalità prevalente blu

In base a queste direttive, viene di seguito indicata la classificazione interna al genere (tra parentesi sono indicate le specie della flora spontanea italiana):

  • A. Sezione Crocus
  • B. Sezione Nudiscapus

Specie spontanee della flora italiana[modifica | modifica sorgente]

Per una migliore comprensione, l'elenco seguente utilizza, in parte, il sistema delle chiavi analitiche.[2]

  • SEZIONE A : il bulbo è avvolto da fibre filiformi sottili (0,1 mm) a disposizione parallela o debolmente reticolata (solo superiormente); la fioritura è primaverile;
  • Gruppo 1A : le foglie non raggiungono i 2 mm di larghezza; il perigonio è glabro;
  • Gruppo 2A : le fibre del bulbo non sono reticolate;
  • Gruppo 3A : le antere sono lunghe il doppio dei filamenti; il colore del perigonio è violaceo (alle fauci è giallo);
  • Gruppo 3B : le antere e i filamenti hanno la stessa lunghezza; il colore del perigonio è bianco-violaceo;
  • Gruppo 2B : le fibre nella parte terminale del bulbo sono collegate a formare una rete; le antere sono lunghe il doppio dei filamenti; è presente una spata; i fiori sono più lunghi delle foglie;
  • Gruppo 1B : le foglie sono larghe da 2 a 4 mm; le fauci del perigonio sono cigliate; le fibre nella parte terminale del bulbo sono collegate a formare una rete;
  • Gruppo 4A : i tepali sono arrotondati all'apice; le foglie e i fiori hanno la stessa lunghezza.
  • Gruppo 4B : i tepali all'apice sono acuti; le foglie in lunghezza superano i fiori.
  • SEZIONE B : il bulbo è avvolto da fibre filiformi sottili (0,1 mm) a disposizione parallela o debolmente reticolata (solo superiormente); la fioritura è autunnale;
  • Gruppo 1A : le foglie sono cigliate; gli stimmi sono interi o lievemente lobati; il perigonio è da 1,5 a 3 volte più lungo dei tepali;
  • SEZIONE C : il bulbo è avvolto da grosse fibre filiformi (da 0,3 mm e più) in modo reticolato;
  • SEZIONE D : il bulbo è avvolto da guaine membranose;

Generi simili[modifica | modifica sorgente]

Ad un primo sguardo si può confondere il genere Crocus con il genere Colchicum, che ha un alto grado di tossicità e che tra l'altro appartiene anche ad un'altra famiglia: Liliaceae. Le differenze sostanziali sono anche quelle tra le due famiglie: ossia il Colchicum ha 6 stami e l'ovario è supero.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Specie di Crocus.

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

Il nome del genere (Crocus) deriva dal greco Kròkos (c'è un esplicito riferimento a questo fiore nell'Iliade di Omero – Libro XIV, versetto 347) che significa “filo di tessuto” e si riferisce ai lunghi stigmi ben visibili nella specie più conosciuta (e coltivata) di questo genere (Crocus sativus). La prima documentazione dell'uso di questo nome lo abbiamo da Teofrasto di Efeso (Efeso, 371 a.C. – Atene, 287 a.C.), filosofo e botanico greco antico nonché discepolo di Aristotele.[3].
Altri testi traducono questo vocabolo (krokos) direttamente con “zafferano”, ma in realtà quest'ultima voce dovrebbe derivare dall’arabo Zaafran.
Il nome scientifico di questo genere è stato definito nel 1753 dal biologo e scrittore svedese, considerato il padre della moderna classificazione scientifica degli organismi viventi, Carl von Linné (Rashult, 23 maggio 1707 – Uppsala, 10 gennaio 1778).

Morfologia[modifica | modifica sorgente]

Ape su un Crocus.

Le altezze di queste piante sono variabili da pochi centimetri fino a 30 cm (almeno per le specie europee). La forma biologica prevalente in questo genere è geofita bulbosa (G bulb), ossia sono piante perenni erbacee che portano le gemme in posizione sotterranea. Durante la stagione avversa non presentano organi aerei e le gemme si trovano in organi sotterranei chiamati bulbi (organo di riserva che annualmente produce nuovi fusti, foglie e fiori).

Radici[modifica | modifica sorgente]

Le radici possono derivare sia dal bulbo che da un rizoma (raramente); e sono del tipo fascicolato. Se la pianta ha un bulbo si generano alla base dello stesso.

Fusto[modifica | modifica sorgente]

  • Parte ipogea: la parte sotterranea del fusto consiste in un bulbo ovale, interamente avvolto in tuniche cartacee; nella parte superiore le fibre sono più sottili e possono essere disposte in modo reticolato.
  • Parte epigea: la parte aerea è un breve (o pressoché nullo) scapo cilindrico portante direttamente il fiore.

Foglie[modifica | modifica sorgente]

Le uniche foglie presenti sono quelle basali (o radicali) originate direttamente dal bulbo sotterraneo; sono lunghe quanto il fiore e non sono molto numerose (massimo 10); hanno una forma lineare-laminata ma sottile con una linea longitudinale e centrale più chiara (è una scanalatura); la pagina superiore è colorata di verde scuro, quella inferiore è biancastra; il bordo è lievemente revoluto, mentre le parti terminali sono arcuate e rivolte verso il basso. Sono presenti anche delle foglie inferiori, ma generalmente sono ridotte a delle guaine biancastre. In genere le foglie si presentano insieme ai fiori ma in alcune specie possono apparire dopo l'antesi.

Infiorescenza[modifica | modifica sorgente]

L'infiorescenza è formata da un unico fiore (raramente anche 2 o più); non sono odorosi e sono avvolti in due-tre spate membranose. La forma è quella di un tubo eretto e molto lungo che nella parte terminale si apre con 6 segmenti (tepali).

Fiori[modifica | modifica sorgente]

La struttura del fiore è quella tipica delle monocotiledoni: un perigonio con tre doppi tepali di tipo corollino (o petaloideo) e di colore bianco, viola o lillacino. Sono inoltre ermafroditi, attinomorfi, tetraciclici (con 4 verticilli: due verticilli del perigonioandroceogineceo) e trimeri (i verticilli sono composti da tre parti).

* P 3+3, A 3, G (3) (ovario infero)[4]
  • Perigonio: il perigonio è di tipo petaloide ed è formato da un lungo tubo terminante con due verticilli: tre tepali esterni e tre tepali interni tutti eretti; i tepali sono tutti più o meno uguali (quelli interni sono lievemente più corti) e sono di forma spatolata, concava, ristretto-oblunga e arrotondata all'apice.
  • Androceo: gli stami sono 3 direttamente inseriti sul perigonio; normalmente sono più brevi dei tepali, sono liberi e divisi a ventaglio. Le antere generalmente sono aranciate. Secondo la specie gli stami possono essere più corti o più lunghi dello stilo.
  • Gineceo: l'ovario è a 3 loculi formato da tre carpelli concresciuti; è inoltre infero in una posizione molto bassa rispetto al perigonio e quindi è nascosto dalle foglie (e a volte è sotterraneo); lo stilo è filiforme, trifido (3 stigmi) con delle branche intere o forcute, in tutti i casi finemente suddivise; gli stigmi in particolare sono allargati ad imbuto (o trombetta) e all'apice sono crenato-denticolati e di colore generalmente aranciato.
  • Fioritura: la fioritura è sia primaverile (anche molto precoce alla fine dell'inverno) che autunnale secondo la specie.
  • Impollinazione: l'impollinazione è entomogama.

Frutti[modifica | modifica sorgente]

Il frutto è una capsula loculicida oblunga formata da tre valve (capsula triloculare). I semi contenuti nel frutto sono molto numerosi e di forma globulare. Data la posizione dell'ovario la capsula generalmente matura appena sopra il livello del terreno.

Distribuzione e habitat[modifica | modifica sorgente]

Il genere è originario dell'Europa (principalmente Spagna, Balcani e Mediterraneo orientale), dell'Africa nord-occidentale e dell'Asia minore e centrale fino alla Cina occidentale. Da questo esteso areale possiamo citare due specie: quella dell'estremo orientale, il Crocus alatavicus dei Monti Altai dell'Asia centrale e quella posta più a nord, il Crocus albiflorus delle altitudini montane delle Alpi.
Delle specie spontanee della nostra flora solo 6 vivono sull'arco alpino. La tabella seguente mette in evidenza alcuni dati relativi all'habitat, al substrato e alla diffusione delle specie alpine[5].

Specie Comunità
vegetali
Piani
vegetazionali
Substrato pH Livello trofico H2O Ambiente Zona alpina
C. albiflorus 14 montano
subalpino
Ca Si neutro alto medio F3 tutto l'arco alpino
C. biflorus 9 collinare Ca basico medio secco F2 F3 I3 CN VA BG BS TN
C. medius 14 collinare Ca Ca-Si basico basso secco F2 I2 I3 CN
C. sativus 0 collinare Ca Si neutro medio arido B1 B9 BZ (spontaneo)
C. vernus 14 collinare
montano
Ca Ca-Si neutro medio medio B9 F2 G4 I2 CN TO AO VC NO UD
C. versicolor 9 collinare
montano
Ca basico basso secco F2 G3 CN

Legenda e note alla tabella.
Per il “substrato” con “Ca/Si” si intendono rocce di carattere intermedio (calcari silicei e simili); vengono prese in considerazione solo le zone alpine del territorio italiano (sono indicate le sigle delle province).

Comunità vegetali:
0 = specie coltivata
9 = comunità a emicriptofite e camefite delle praterie rase magre secche
14 = comunità forestali


Ambienti:
B1 = campi, colture e incolti
B9 = zone coltivate
F2 = praterie rase, prati e pascoli dal piano collinare al subalpino
F3 = prati e pascoli mesofili e igrofili
G3 = macchie bassa
G4 = arbusteti e margini dei boschi
I2 = boschi di latifoglie
I3 = querceti sub-mediterranei

Usi[modifica | modifica sorgente]

Avvertenza
Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

L'utilizzo di questi fiori è sia come piante ornamentali che piante officinali. La specie più importante e l'unica che abbia una certa rilevanza economica è il Crocus sativus. Oggi viene coltivato principalmente nella zona mediterranea, ma a oriente si arriva fino al Kashmir. Coltivazione molto antica se il poeta latino Sesto Aurelio Properzio (circa 50 a.C. – 15 a.C.) nel suo “3°Libro” parla di un certo unguento “crocino” senz'altro riconducibile allo Zafferano.[3]

Farmacia[modifica | modifica sorgente]

Gli stimmi sono usati nella medicina popolare per le loro proprietà quali quella tonica (rafforza l'organismo in generale), emmenagoga (regola il flusso mestruale), stimolante (rinvigorisce e attiva il sistema nervoso e vascolare) ed eupeptica (favorisce la digestione). Quest'ultimo uso è forse l'unico ancora praticato.

Cucina[modifica | modifica sorgente]

Attualmente lo zafferano viene usato solamente come spezia o colorante; infatti se usato oltre una certa misura è tossico (una dose di 20 g al giorno di zafferano può anche risultare mortale).

Giardinaggio[modifica | modifica sorgente]

Un altro utilizzo che viene fatto di questi fiori è nel giardinaggio e questo fin dai tempi più antichi. Esiste una documentazione nell'isola di Creta (un affresco a Cnosso) che indica chiaramente che veniva praticata sia la raccolta che la coltivazione del “Croco”.

Le prime notizie moderne di una coltivazione di queste piante risalgono a oltre 400 anni fa: infatti nel “The Herball or Generall Historie of Plantes” del botanico inglese John Gerard (Nantwich, 1545 – Londra,1612), pubblicato nel 1597, descrive varie specie di questo genere come il Crocus vernus, il Crocus versicolor, il Crocus sativus e altri. Trent'anni dopo (nel 1629) un altro botanico inglese, John Parkinson (1567–1650), nella sua opera “Paradisi in sole", elenca già 27 specie di Crocus; ed è dello stesso anno l'importazione del Crocus aureus il progenitore della razza “Crochi olandesi gialli”. Quindi è nel Seicento che gli olandesi svilupparono le loro tecniche di riproduzione dei fiori da bulbo compresi i crocus.[3].

Notizie culturali[modifica | modifica sorgente]

La conoscenza di questi fiori va molto indietro nel tempo. Ciò è dimostrato dal fatto che persino la Bibbia nel Libro dei Cantici (4:14) vengono citati come piante aromatiche e odorose. Nell'antica Grecia si usavano per farne corone oppure si spargevano nei teatri o nei letti nuziali. Mentre nell'antica Roma si usava ornare le tombe con questo fiore come auspicio per una vita ultraterrena.
Varie sono le leggende attorno al fiore del “Croco”. In una di queste Croco era un giovane innamorato della pastorella Smilliace che venne trasformato in detto fiore ad opera di Venere o in un'altra versione venne trasformato in fiore dal dio Ermes geloso della pastorella. In un'altra si racconta che Croco morì giocando con Mercurio e che dal suo sangue nacque il fiore. In un'altra ancora si racconta che il fiore del croco germogliasse nel momento in cui Paride dava il suo giudizio sulla più bella fra le dee.
Probabilmente in tutti questi racconti si fa riferimento alla specie più conosciuta di questo genere: il Crocus sativus chiamato “Zafferano vero” o più semplicemente “Croco”. Descritto più o meno diffusamente da studiosi come Dioscoride Pedanio (Anazarbe in Cilicia, 40 circa - 90 circa), botanico e farmacista greco antico, oppure da Pietro Andrea Mattioli (Siena, 12 marzo 1501 – Trento, 1578) umanista e medico italiano (primo studioso italiano a tradurre dal greco le opere di Dioscoride). Si deve comunque al botanico francese Joseph Pitton de Tournefort (Aix-en-Provence, 5 giugno 1656 – Parigi, 28 dicembre 1708) la prima stesura “scientifica” di questo genere ripresa poi definitivamente da Carl von Linné.[3]

Galleria fotografica (Cultivar)[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Crescent Bloom. URL consultato il 14 marzo 2009.
  2. ^ Sandro Pignatti, Flora d'Italia, Bologna, Edagricole, 1982, ISBN 88-506-2449-2.
  3. ^ a b c d Giacomo Nicolini, Enciclopedia Botanica Motta, Milano, Federico Motta Editore, 1960.
  4. ^ Tavole di Botanica sistematica. URL consultato l'8 marzo 2009.
  5. ^ AA.VV., Flora Alpina. Volume primo, Bologna, Zanichelli, 2004.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Giacomo Nicolini, Enciclopedia Botanica Motta. Volume primo, Milano, Federico Motta Editore, 1960, p. 773.
  • Sandro Pignatti, Flora d'Italia. Volume terzo, Bologna, Edagricole, 1982, p. 419-423, ISBN 88-506-2449-2.
  • AA.VV., Flora Alpina. Volume secondo, Bologna, Zanichelli, 2004, p. 1092-1094.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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