La Repubblica (dialogo)
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La Repubblica (Πολιτεία, Politéia) è un'opera di filosofia e teoria politica scritta approssimativamente nel periodo che va dal 390 a.C. al 360 a.C. dal filosofo greco Platone, che ha avuto enorme influenza nel pensiero occidentale. Tutto ruota intorno al tema della giustizia, anche se il testo contiene in sé una moltitudine di teorie platoniche come la teoria della caverna, quella delle idee, la concezione della filosofia come dialettica, una nuova versione della teoria dell'anima rispetto a quella già trattata nel fedone e il disegno, il progetto di una città ideale, governata in base a principi filosofici. Essa è l'esempio più celebre fra le teorie politiche che col passare dei secoli prenderanno il nome di utopie. Scritta in forma di dialogo (fa parte dei dialoghi platonici), essa riguarda ciò che viene detto φιλοσοφία περὶ τὰ ἀνθρώπινα ("filosofia delle cose umane") e coinvolge argomenti e discipline quali l'ontologia, la gnoseologia, la filosofia politica, il collettivismo, il sessismo, l'economia, l'etica medica e l'etica in generale.
La Repubblica si presenta come un'opera organica, enciclopedica e circolare, concernente, più in generale, il rapporto tra universale e particolare. L'opera è strutturata in dieci libri e ha per protagonista Socrate, ma un Socrate che come molti studiosi hanno ben visto è decisamente diverso da quello degli altri dialoghi e che in più punti va modificandosi, a poco a poco, in un processo di katábasis che è indicato nella frase iniziale del dialogo «Ieri scesi al Pireo...». Questo processo di purificazione porta il nostro Socrate ad abbracciare a poco a poco delle tesi che non sono sue (sappiamo storicamente che il vero Socrate non avrebbe mai approvato un processo di formazione della città in cui il filosofo dovesse essere il re, o il re dovesse essere filosofo e comandare) bensì appaiono di natura piuttosto platonica, e legate soprattutto al momento storico che Platone viveva dopo la guerra del Peloponneso: la presa della città ad opera di Crizia, il quale instaurò il governo dei Trenta Tiranni, e la condanna a morte del maestro Socrate. Vediamo insomma il vecchio filosofo esporre teorie che vanno dalla parità dei sessi tra uomo e donna, alla condivisione delle proprietà private, alla scomparsa della famiglia, e all'obbligo, per coloro che fossero destinati a essere i phylakes ("guardiani") a non avere nessun guadagno dal loro lavoro ed essere mantenuti a spese dei cittadini.
Il titolo originale dell'opera è la parola greca πολιτεία. "La Repubblica", che è la traduzione tradizionale del titolo, è un po' fuorviante, derivata dal latino (in particolare da Cicerone). Una traduzione più precisa potrebbe essere "La Costituzione".
Indice |
[modifica] I temi della Repubblica
[modifica] La giustizia e le classi
La Repubblica fa parte della maturità filosofica di Platone e si dice sia stata scritta in risposta a ciò che viene detto da Callicle nel Gorgia: la giustizia è la legge del più forte.
Il dialogo si svolge tra Socrate e suoi vari amici, tra cui dei familiari di Platone (infatti, anche se l'autore non figurerà mai nel dialogo, compariranno Glaucone e Adimanto suoi fratelli). Dopo una breve discussione sul rapporto tra giustizia e vecchiaia, l'attenzione dei partecipanti si sposta sulla giustizia in sé: ci si domanda se questa sia più o meno conveniente rispetto all'ingiustizia. Le definizioni di giustizia inizialmente proposte a Socrate sono: "dire la verità e rendere il dovuto a ciascuno" e "fare bene agli amici e male ai nemici". Egli finisce per confutarle entrambe.
Socrate divide i beni in tre parti: desiderabili per sé, desiderabili per sé e per i vantaggi che portano e desiderabili solo per i vantaggi che portano. Socrate inserisce la giustizia nel secondo gruppo poiché, secondo lui, non porta bene soltanto agli altri ma anche a sé stessi.
Successivamente, viene chiesto a Socrate di cercare di definire la giustizia in sé, cioè l'idea (εἶδος) di giustizia, ma egli si trova in difficoltà perché non riesce a trovarla nell'individuo e si appresta a ricercarla all'interno dello stato giusto. Con questa ἀπορία si conclude il libro I.
Nello stato ideale proposto da Socrate si impone al cittadino di fare il solo mestiere che gli è stato attribuito direttamente dallo Stato; Socrate divide i cittadini in tre classi-funzione: gli artigiani, classe più bassa con l'obiettivo di lavorare e procurare i beni materiali, i guardiani (φύλακες), che invece dovranno proteggere lo stato, ed infine i governanti o filosofi, gli unici in grado di poter governare lo Stato con morigerata saggezza.
Queste classi-funzione sono dinamiche, e non attribuite alla nascita: durante l'educazione selettiva viene determinato che cosa l'individuo sia più adatto a fare poiché, come spiega nel mito delle stirpi, ognuno possiede un'indole che indirizza l'individuo ad uno solo dei tre percorsi.
Il modello educativo di Platone si basa sulla selezione per tappe: il giovane è sottoposto ad una prima educazione da parte dello Stato comprendente la ginnastica e l'educazione al combattimento (ossia l'esercizio del corpo), e la musica, che rappresenta l'amore per il bello (ossia l'esercizio dello spirito); se l'educando si dimostra all'altezza, egli viene privilegiato ed educato alla matematica, col fine di diventare stratega, e all'astronomia, disciplina solo teorica il cui fine è elevare l'animo. Infine, tra i migliori vengono scelti coloro che, per diventare buoni governanti, intraprenderanno lo studio della filosofia e della dialettica, la massima scienza. A questo proposito, Socrate tratta anche il tema della conoscenza, spiegando che ne esistono tre tipologie: l'ignoranza, che è mancanza di conoscenza, la scienza, che è conoscenza di ciò che è (τὸ ὄν), e l'opinione, che è conoscenza insieme di ciò che è e di ciò non è, cioè del divenire (τὸ γένεσθαι).
Oggetto fondamentale degli interrogativi proposti dalla Repubblica è, dunque, la natura della giustizia; il motore del dialogo è la domanda "Τί ἐστι ἡ δικαιοσύνη;". Il punto di partenza e quello d'arrivo sono dati dalle domande: "Come conciliare il sapere con l'esercizio della giustizia?", "Come tradurre in ordinamento che coinvolge tutti i membri della comunità?", "Quanto un uomo può razionalmente conoscere?" e infine "È possibile trovare con la ragione un ordinamento che sia razionale, ma di una razionalità che contempli l'effettiva giustizia?".
Partendo da questi temi Platone, tramite le parole di Socrate, costruisce uno Stato ideale dove vige una giustizia teoricamente perfetta. La città deve essere pensata in rapporto alla tripartizione dell'anima del singolo uomo: allo stesso modo la città deve essere ripartita in tre classi sociali:[1] aurea (governanti-filosofi), argentea (guerrieri), bronzea (lavoratori):
- classe dei lavoratori (popolo)
- caratteristica: la temperanza (σωφροσύνη)
- parte dell'anima: "concupiscibile"
- classe dei guardiani (φύλακες o guerrieri)
- caratteristica: il coraggio (ἀνδρεία)
- parte dell'anima: "irascibile" o "passionale" (θυμοειδής)
- classe governativa (re-filosofi)
- caratteristica: saggezza (σοφία)
- parte dell'anima: "razionale"
La classe dei governanti-filosofi deve stare al potere, in quanto classe di innata sensibilità, di inesauribile curiosità intellettuale; i filosofi vogliono capire e non solo constatare, ma anche far funzionare la convivenza. Essi sono pertanto gli unici che dispongono dei mezzi intellettuali appropriati per non far sprofondare la città nel caos e nel conflitto interno ed estero.
Questa divisione non è però operata dagli stessi uomini, bensì dalla natura, una forza superiore all'uomo, che rende lo stesso cittadino tale fin dalla nascita: non esiste un individuo apolide. Lo Stato ha un'origine naturale: si tratta di una teoria che si differenzia da quelle moderne, propense a pensare lo Stato come oggetto di un contratto preciso.
[modifica] L'armonia delle parti
Dopo aver svolto un confronto tra le varie tipologie di governo e accertato che quella teorizzata fino ad ora sia la migliore, Socrate definisce le virtù che lo stato deve possedere: la sapienza, propria dei governanti, che rende capaci di reggere lo stato; il coraggio, proprio dei guardiani, utile per salvaguardare i propri membri dalle cose temibili e dalla natura; la temperanza, cioè il contenimento dei piaceri e degli appetiti; infine, la giustizia, definita come ordine e armonia tra le varie parti dello stato.
Trovata la giustizia nello stato giusto, viene ricercata nell'uomo giusto: l'anima è divisa in razionale, irascibile e concupiscibile e la giustizia esiste solo quando le tre parti sono in armonia tra di loro. Socrate arriva allora alla conclusione che il tiranno è l'uomo più infelice, al contrario di ciò che pensavano inizialmente i suoi amici; infatti, egli è ingiusto e vive nel terrore, ma soprattutto è solo, non ha amici ed è circondato da persone corrotte e malvagie.
[modifica] Il mito della caverna
| Per approfondire, vedi la voce Mito della caverna. |
Data la complessità del tema, per chiarire ulteriormente il pensiero platonico riguardo la conoscenza, viene fatto ricorso al mito: all'interno di una caverna stanno, incatenati sin dalla nascita, alcuni uomini, incapaci di vederne l'entrata; alle loro spalle arde un fuoco e, tra il fuoco e l'entrata della caverna, passa una strada con un muretto che funge da schermo; per la strada passano diversi uomini, portando sulle spalle vari oggetti che proiettano le loro ombre sul fondo della caverna. Per i prigionieri le ombre che vedono sono la realtà; se uno di essi fosse liberato e costretto a voltarsi e ad uscire, in salita, dalla caverna, sarebbe abbagliato dalla luce e proverebbe dolore; tuttavia, a poco a poco si abituerebbe, potrebbe vedere i riflessi delle acque, poi gli oggetti reali, gli astri ed infine il sole. Tornando nella caverna dovrebbe riabituare gli occhi all'oscurità e sarebbe deriso dai compagni qualora provasse a raccontare ciò che ha visto.
Con questo mito Platone spiega la sua teoria delle idee, secondo cui la realtà sensoriale è paragonabile alle ombre che i prigionieri vedono sul fondo della caverna, mentre esiste in qualche luogo fuori dal tempo e dallo spazio il "reale" che altro non è che "l'idea" (εἶδος).
In questo mito, viene inoltre descritto il processo conoscitivo come un'ascesa abbastanza difficile e comunque graduale: prima l'opinione, identificata nelle ombre sfocate, poi gli oggetti che fanno parte del mondo sensibile, poi i riflessi, identificabili con la matematica, fino ad arrivare alla conoscenza dell'idea del Bene che illumina tutte le altre (nel mito, è il sole).
[modifica] La famiglia e lo Stato
L'uomo ha molti bisogni e da solo non è sicuramente in grado di soddisfarli; Platone non pensa dunque all'eremita, autosufficiente e solitario, ma ad una comunità che rende possibile la vita del singolo individuo. In questo dialogo, Platone spiega, inoltre, come la società funzionerebbe meglio se ogni individuo facesse ciò che meglio sa fare. Così, chi è adatto a fare il falegname farà il falegname, chi ha talento nell'architettura farà l'architetto. Perché ciò avvenga, Platone dice che è necessario estinguere la ricchezza e la povertà, poiché chi è ricco non lavora, chi è povero fa ciò che più gli rende; è inoltre necessario abolire la vita familiare, dato che solitamente accade che il figlio del calzolaio finisca per fare il calzolaio, quindi non deve esistere la "tradizione di famiglia".
Oltre all'educazione dei giovani, Socrate spiega che i governanti devono vivere in perfetta comunione dei beni: non devono avere proprietà privata, né figli. Questi ultimi, una volta strappati alle proprie famiglie, verranno educati dallo stato fin dalla nascita. Quanto alle mogli, tutte le donne saranno in comune e premieranno i più forti così da avere stirpi sempre migliori; in questo modo i governanti saranno interessati solamente al bene dello stato.
Particolarmente interessante è la posizione della donna nello stato ideale: questa viene considerata quasi al pari dell'uomo; anche se fisicamente più debole, anch'essa può prendere parte ai combattimenti.
[modifica] L'arte come imitazione dell'imitazione
Infine, Platone fa chiarire al suo maestro il ruolo dell'arte: Socrate ne esprime un giudizio negativo in quanto, dal punto di vista metafisico, è l'imitazione del mondo sensibile, che già di per sé è l'imitazione del mondo delle idee e, sul piano gnoseologico, rispecchia il mondo dell'opinione, quindi il filosofo non può far altro che denigrarla.
[modifica] Il mito di Er
Alla fine dell'opera si trova il mito di Er. Attraverso esso, Platone intende argomentare intorno al concetto di anima e a quello di metempsicosi, oltre a provare l'inesistenza di un destino prestabilito: ognuno sarebbe artefice della propria vita, poiché sceglie lui che vita vivere.
Er era un guerriero morto in battaglia, il cui cadavere venne recuperato dopo dieci giorni ancora incorrotto; poco prima del rogo funebre, il cadavere si risvegliò e prese a narrare cosa aveva visto. Uscita dal corpo, l'anima era arrivata nel mondo delle idee, in un luogo dove vi erano quattro voragini, due in cielo e due in terra; in mezzo sedevano dei giudici che, giudicata ogni anima, indirizzavano i giusti per la voragine destra del cielo e gli ingiusti per quella sinistra della terra; dalle altre voragini affluivano altre anime, sporche e lacere da sottoterra, linde e pulite dal cielo. Le anime si scambiavano notizie sui fatti del mondo, mentre Er veniva informato che, dopo la morte, si trascorreva un periodo pari a dieci volte la propria vita a scontare il decuplo delle pene commesse o a gioire per il decuplo del bene fatto.
Le anime che dovevano reincarnarsi venivano condotte in un altro luogo dove avrebbero dovuto scegliere il modello della vita desiderata, tra i tanti che giacevano per terra. I paradigmi erano di vite umane ed animali, e ciascuno sceglieva secondo le inclinazioni della vita precedente; l'ordine di scelta era deciso a sorte. Successivamente, le anime confermavano la loro scelta e la trama del destino era filata. Parlando di questa scelta, Socrate precisa che solo la filosofia permette di scegliere una vita giusta e felice.
Le anime erano quindi condotte sulle rive di un fiume. Chi beveva dimenticava completamente la vita precedente, mentre i filosofi, guidati dalla ragione, non bevevano: in tal modo, mantenevano il ricordo, solo un po' attenuato, del mondo delle idee, da rievocare poi durante la nuova vita grazie agli studi.
Con questo mito Platone riassume completamente il suo pensiero: il mondo sensibile è solo un riflesso del mondo delle idee che solo il filosofo con lo studio e la cogitazione può arrivare a contemplare; l'idea massima è l'idea del bene in sé che illumina tutte le altre cose; l'uomo è formato da due entità distinte: il corpo, mortale, e l'anima, immortale, che reincarnandosi produce, nel filosofo, un ricordo del mondo delle idee. La conoscenza è, quindi, ricordo, reminiscenza del tempo passato a contemplare le idee.
[modifica] Letture moderne
Da Marx a Rousseau hanno visto in quest'opera di Platone un primo abbozzo di socialismo, sottolineando gli aspetti comunitari ed anti-individualistici, leggibili nel celebre concetto di bene collettivo e nell'idea della comunanza dei beni e delle donne.
Ha avuto il suo spazio anche una lettura da parte di Popper, il quale ha intravisto nello stato ideale del filosofo greco il prototipo del moderno stato autoritario con la struttura gerarchica della società, il culto dei capi, la purezza del sangue, la sanità della razza.
[modifica] Note
- ^ Vedi anche un'analisi in filosofico.net.
[modifica] Voci correlate
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