La forza del destino
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| La forza del destino | |
Enrico Caruso e Rosa Ponselle in una rappresentazione de La forza del destino |
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| Lingua originale: | italiano |
| Musica: | Giuseppe Verdi |
| Libretto: | Francesco Maria Piave (Libretto online) |
| Fonti letterarie: | Don Alvàro o la Fuerza del Sino di A. Saavedra, duca di Rivas |
| Atti: | quattro |
| Prima rappresentazione: | 10 novembre 1862 |
| Teatro: | Teatro Imperiale, San Pietroburgo |
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Versioni successive:
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Personaggi:
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| « La Vergine degli Angeli Mi copra del suo manto, E mi protegga vigile Di Dio l'Angelo santo » |
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( Leonora, atto II scena X)
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La forza del destino è un'opera in quattro atti di Giuseppe Verdi.
La prima rappresentazione assoluta ebbe luogo al Teatro Imperiale di San Pietroburgo il 10 novembre 1862.
Il debutto italiano avvenne al Teatro Apollo di Roma il 7 febbraio 1863, con il titolo Don Alvaro.
La seconda versione, per la quale Verdi aggiunse la celebre sinfonia, compose un nuovo finale e operò numerose altre modifiche, debuttò al Teatro alla Scala di Milano il 27 febbraio 1869, diretta da Angelo Mariani. Inoltre il finale fu cambiato, perché nella prima versione russa, l'opera terminava con il suicidio di Alvaro, dopo la morte di Leonora, gettatosi da un burrone.
Indice |
[modifica] Personaggi
- Marchese di Calatrava: nobilissimo signore spagnolo altero, che altamente sente lo spirito di casta, ed ancor più, se fosse possibile, il punto d'onore. Sui sessantacinque anni; capelli, baffi e pizzo grigi.
- Donna Leonora: figlia del marchese, i suoi 20 anni, dolcissima e passionata creatura che in sulla prime ama il padre, ma non al grado di posporlo ad Alvaro, il quale è la sua esistenza, il suo universo. Ella soffre tutto colla rassegnazione d'un eroico amore e di migliore destino.
- Don Carlo: fratello di Leonora, Giovane ardente di 22 anni. Animato sempre dalla sete di vendicare l'offeso onore della sua casa; che risolutamente e tenacemente affronta ogni difficoltà, sprezza ogni pericolo pur di giungere al suo scopo.
- Don Alvaro: indo di regale stirpe, di anima ardentissima, indomita e sempre nobilmente generosa, avrà circa venticique anni.
- Padre guardiano: vero tipo di evangelica mansuetudine, d'incrollabile fede. Avrà 70 anni, candidi la barba e i capelli.
- Fra Melitone: frate laico buontempone, alquanto iracondo, ma facilmente pieghevole. Avrà circa 40 anni, sarà tabaccone, e avrà tutti gl'indizi dell'astuzia.
- Preziosilla: giovane zingarella, destra, spiritosa, civetta; avrà circa 20 anni e tutte le proprietà della sua specie.
- Curra: giovane in sul quinto lustro, spensierata, desiderosa di viaggiare, e che anche per ciò favorisce gli amori di don Alvaro colla sua signora.
- Alcade: uomo tipo, che appartiene all'innumerevole tribù degli importanti, ecc. di circa 50 anni.
- Trabucco: tipo originale, spiritoso e franco.
[modifica] Trama
Tra il primo e il secondo atto passano circa 18 mesi. Tra il secondo e il terzo alcuni anni; e tra il terzo e il quarto oltre un lustro.
[modifica] Atto I
Donna Leonora di Vargas (soprano) e don Alvaro (tenore), meticcio, per evitare l'opposizione al loro matrimonio del padre di lei, il marchese di Calatrava (basso), si preparano a fuggire nottetempo da Siviglia. Leonora, affezionata nonostante tutto al padre, medita sull'incertezza del proprio destino e dice addio alla terra natia. L'arrivo di Alvaro le fa svanire gli ultimi dubbi, ma i due vengono sorpresi dal marchese, che, tornato all'improvviso, rinnega la figlia e ordina ai servi di arrestare il giovane. Questi, proclamandosi unico colpevole, si dichiara pronto a subire la punizione del marchese e getta a terra la pistola, da cui parte un colpo che uccide il vecchio. I due sventurati amanti scompaiono nella notte.
[modifica] Atto II
Il fratello di Leonora, don Carlo (baritono), deciso a vendicare la morte del padre, è alla ricerca dei due amanti. Giunto a Hornanchuelos si spaccia per uno studente agli occhi degli avventori di un'osteria, tra i quali si trovano dei pellegrini, la zingara Preziosilla (mezzosoprano), alcuni soldati, un mulattiere, e la stessa Leonora che, travestita da uomo, si sta dirigendo al Monastero della Vergine degli Angeli, nei pressi del quale intende vivere in eremitaggio. Dal racconto di don Carlo Leonora scopre che don Alvaro, creduto morto, è ancora in vita, e teme per la propria stessa incolumità: si appresta quindi a ritirarsi dal secolo con rinnovato vigore.
Giunta al monastero, la giovane si affida alla Vergine pregando perché i propri peccati siano perdonati, quindi chiede un colloquio al padre guardiano (basso), cui rivela la propria identità e il desiderio di espiazione. Il padre, indulgente e comprensivo, l'avverte però che la vita che l'attende è piena di stenti e cerca di convincerla per l'ultima volta a ritirarsi in convento invece che in una misera grotta. Constatando la fiduciosa costanza di Leonora, tuttavia, acconsente al volere di lei e, consegnatole un saio, chiama a raccolta i monaci che, maledicendo chiunque oserà infrangere l'anonimato dell'eremita, si rivolgono in coro alla Madonna.
[modifica] Atto III
Siamo in Italia, vicino a Velletri. È notte, infuria la lotta tra gli spagnoli e gli imperiali. Don Alvaro è capitato nei granatieri spagnoli e, non potendo sopportare oltre le sue sventure, spera di trovare la morte in battaglia. Rievocando il proprio passato di orfano, figlio di discendenti della famiglia reale Inca, ripensa alla notte fatale in cui vide per l'ultima volta Leonora, e, convinto che la giovane sia morta, le chiede di pregare per lui.
Ad un tratto, sente il lamento di un soldato in difficoltà, accorre in suo aiuto e gli salva la vita: l'uomo altri non è che don Carlo, che però non riconosce il giovane indio. I due si giurano eterna amicizia. L'indomani, tuttavia, Alvaro stesso cade ferito e viene trasportato da don Carlo. Alvaro morente affida a Carlo una valigia con un plico sigillato contenente un segreto che non dovrà mai essere rivelato: alla sua morte il plico dovrà essere bruciato.
Carlo giura di farlo, ma una volta solo, insospettito dall'orrore provato dall'amico al nome dei Calatrava, apre la valigia, dentro la quale trova un ritratto di sua sorella Leonora: vedendo confermati i propri sospetti, sfida don Alvaro a duello. I due hanno già incrociato le spade quando sopraggiunge la ronda: Alvaro scappa e trova rifugio in un monastero. Nell'accampamento, intanto, ricomincia la vita di sempre: la zingara Preziosilla predice il futuro e incita i soldati alla battaglia.
[modifica] Atto IV
Nei pressi del Monastero degli Angeli il frate Melitone (baritono) distribuisce la minestra ai poveri. Questi, lamentandosi per il suo comportamento sgarbato, rimpiangono l'assenza del padre Raffaele, il nome scelto da don Alvaro al momento dell'entrata in monastero.
Lo stesso padre Raffaele è richiesto da don Carlo, che, scoperto il nascondiglio di don Alvaro, lo sfida nuovamente a duello. In un primo momento don Alvaro rifiuta il confronto ma, sentendosi chiamare codardo e mulatto, si prepara ad incrociare nuovamente il ferro con lui.
Presso la grotta dove si è ritirata, Leonora, riconoscendosi ancora innamorata di don Alvaro, piange il proprio destino. Sentendo improvvisamente dei rumori nelle vicinanze, si rifugia nel proprio abituro, ma è richiamata proprio da don Alvaro che, avendo ferito don Carlo a morte, cerca un confessore per dare all'agonizzante gli ultimi conforti. Terrorizzata, Leonora chiama aiuto ma, inaspettatamente riconosciuta dal giovane, si accinge a ricongiungersi con lui. Messa a parte del ferimento di don Carlo, tuttavia, si precipita da lui che, ancora ossessionato dal desiderio di vendetta, la pugnala. Raggiunta dal padre guardiano, Leonora spira tra le braccia di don Alvaro, augurandosi di ritrovarlo in cielo. Egli, rimasto definitivamente solo sulla terra, maledice ancora una volta il proprio destino.
[modifica] Brani celebri
- Sinfonia
- Me, pellegrina ed orfana, Romanza di Leonora (soprano), atto I
- Ah, per sempre o mio bell'angiol, Duetto di Don Alvaro (tenore) e Leonora (soprano), atto I
- Al suon del tamburo, Canzona di Preziosilla (mezzosoprano) e coro, atto II
- Son Pereda, son ricco d'onore, Ballata di Don Carlo (baritono) e coro, atto II
- Più tranquilla l'alma sento, Duetto fra Leonora (soprano) e Padre Guardiano (basso), atto II
- La Vergine degli angeli, Leonora (soprano) e coro, Finale atto II
- Oh tu che in seno agli angeli, Romanza di Don Alvaro (tenore), atto III
- Solenne in quest'ora, Duetto tra Don Alvaro (tenore) e Don Carlo (baritono), atto III
- Urna fatale del mio destino, Romanza di Don Carlo (baritono), atto III
- A buon mercato chi vuol comprare, Arietta di Trabuco, (tenore buffo), atto III
- Rataplan, Preziosilla (mezzosoprano) e coro, Finale atto III
- Invano Alvaro ti celasti al mondo, Duetto tra Don Alvaro (tenore) e Don Carlo (baritono), atto IV
- Pace, pace mio Dio, Melodia di Leonora (soprano), atto IV
[modifica] Un'opera jellata
Nonostante il successo che l'ha accompagnata nel corso degli anni (tanto da farla figurare nel cosiddetto "repertorio"), quest'opera di Verdi porta con sé una malignità che circola - sia pure a mezza voce - negli ambienti della musica lirica: si dice cioè che porti sfortuna. Una tale tesi verrebbe supportata da una lunga serie di motivazioni ed eventi negativi accostati a talune sue rappresentazioni del passato, alcune di poco conto, altre gravi o clamorose:
- Il titolo stesso, che allude proprio a una forza alla quale è impossibile ribellarsi;
- L'enorme quantità di sventure ed eventi negativi davvero improbabili che accadono durante lo svolgersi dell'opera, dalla pistola che, cadendo, spara un colpo e uccide il Marchese di Calatrava, all'infausto incontro fra don Carlo e don Alvaro a Velletri, a quello ancor più sfortunato fra don Carlo e Leonora durante il finale, a causa del quale quest'ultima troverà la morte;
- Durante la prima scena dell'Atto III, durante il recitativo di Alvaro prima dell'aria O tu che in seno agli angeli, il testo originale della prima edizione dell'opera metteva in bocca ad Alvaro la frase "Fallì l'impresa": il fallimento di un'impresa teatrale era una sventura frequente nel mondo teatrale ottocentesco e nessun cantante o impresario voleva nemmeno sentir pronunciare una frase del genere[1]. La frase, infatti, dalla seconda edizione dell'opera fu sostituita con "Fu vana impresa";
- Il librettista Francesco Maria Piave finì la sua vita con una serie di sventure: nel 1866 si ammalò gravemente, il fratello fu imprigionato a Venezia per alto tradimento e la madre impazzì. Nel 1867, caduto in miseria, sarà costretto a chiedere in prestito 500 franchi a Verdi e il 5 dicembre di quell'anno rimarrà paralizzato, condizione che lo affliggerà fino alla morte nel 1876[1].
- È raro che, quando l'opera è in programma, ad eseguirla davvero siano gli artisti segnati sul cartellone: negli anni si sono succeduti in modo incredibilmente frequente i casi più disparati come mal di gola del tenore, mal di denti del soprano, abbandoni della parte, crisi isteriche e rinunce all'ultimo minuto.
- Si racconta che l'1 settembre 1939, cioè il giorno d'inizio della Seconda guerra mondiale con l'invasione della Polonia da parte della Germania nazista, in cartellone al teatro Wielki di Varsavia ci fosse proprio La forza del destino[2].
- Il 4 marzo 1960, al Metropolitan di New York, durante la messa in scena dell'opera, il grande baritono Leonard Warren perì sul palcoscenico a causa di una trombosi proprio mentre attaccava l'aria Morir, tremenda cosa.
- Innumerevoli anche gli incidenti di palcoscenico: la barba del Padre Guardiano che si stacca, Preziosilla che inciampa nei tamburi, don Alvaro che entra in scena scordandosi le parole o ancora peggio la pistola, il direttore d'orchestra che cade precipitando sui violinisti, furiose liti fra impresari e consigli d'amministrazione, e poi ancora forfait, cadute degli attori e terribili stecche[2].
Pur essendo la diceria rimasta a livello di leggenda, molti ancora oggi si rifiutano di nominare il titolo reale, preferendo dizioni tipo «la ventiquattresima opera di Verdi», «l’opera scritta per Pietroburgo» o, più frequente, «la potenza del fato».
[modifica] Curiosità
- L'opera viene menzionata nel libro Il penultimo pericolo di Lemony Snicket, dodicesimo libro della serie Una serie di sfortunati eventi.
- Tradizione vuole che l'aria "La Vergine degli Angeli" sia stata ispirata al maestro da una tela dello Scaramuzza, conservata presso la Collegiata di Cortemaggiore e raffigurante l'Assunzione in cielo della Vergine Maria. Verdi soleva recarsi spesso all'altare minore dove si trova questo dipinto per pregare, e così è nata la leggenda che sia stato ispirato proprio dal quadro che raffigura, appunto, la Vergine sollevata in cielo da una miriade di angeli.
[modifica] Note
- ^ a b Eduardo Rescigno, Dizionario Verdiano, Rizzoli, 2001
- ^ a b Alberto Mattioli, "La potenza del fato" in La forza del destino di Giuseppe Verdi, a cura del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Pendragon, Firenze 2007
[modifica] Collegamenti esterni
- Approfondimento sul Portale Giuseppe Verdi
- La forza del destino Edizione MP3 con Licenza Creative Commons
- Alberto Mattioli, "La potenza del fato" in La forza del destino di Giuseppe Verdi, a cura del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Pendragon, Firenze 2007
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